Questa festa si svolge ogni cinque anni, alla fine del carnevale (il giovedì grasso e le due domeniche precedenti), da circa un migliaio di anni, ed è legata alla cacciata dei Saraceni dalla Valle Varaita.
Intorno all'anno mille, anche le vallate alpine, così come altre aree geografiche dell'Europa occidentale, conobbero la piaga delle scorribande operate delle orde saracene provenienti dalla Provenza: questo fu per i montanari un periodo di tremende vessazioni, tanto che, quando un alleanza di Signori si prefisse di scacciare gli invasori, la gente locale insorse organizzandosi in milizie popolari. I Sampeyresi imparano fin da piccoli, ascoltando i racconti dei nonni, che la festa della Baìo ricorda proprio quegli eventi così lontani, che vanno a perdersi nella notte dei tempi. Gli studiosi locali, impegnati in un lavoro di ricostruzione storica reso difficile dalla scarsità dei documenti scritti, stanno a poco a poco evidenziando altri aspetti della Baìo; la festa, infatti, subì profondamente le influenze che ebbero su di lei momenti storici particolarmente significativi che la arricchirono di nuove valenze senza peraltro stravolgerne il significato centrale: per i Sampeyresi, infatti, a dispetto della "guerra" che ne sta alla radice, la Baìo è prima di tutto una straordinaria festa
Le Baìe della Valle Varaita (vedi anche la Beò di Bellino) sono feste rituali che si svolgono durante il periodo di Carnevale e risalgono alle antiche "Abbadie" medioevali, termine che indicava sia le compagnie di giovani, i cui capi erano chiamati (con una denominazione presa a prestito dal linguaggio monastico) aba', abati, sia le feste che essi organizzavano.
Particolarmente famosa è quella di Sampeyre che si svolge ogni cinque anni, con la partecipazione di centinaia di uomini e grande entusiasmo popolare. In essa sia i costumi, sia il percorso, sia gran parte del cerimoniale sono fissati dalla tradizione e poco spazio è lasciato all'improvvisazione medioevale.
Tra i suoi vari significati è particolarmente evidente quello della rievocazione storica della cacciata dei Saraceni dalla Valle, avvenuta un millennio or sono ad opera di alcuni eserciti di montanari confederati tra loro.
Alla rappresentazione partecipano quattro Baìe: Sampeyre capoluogo (Piassa), Calchesio (lo Chochéis), Rore (Rore) e Villar (lo Vila'); ognuna di esse si presenta come un esercito in festa provvisto di uno "Stato Maggiore" cui si aggiungono altri personaggi, come I Espos o lou Viéi e la Vièia, che pur non avendo combattuto festeggiano la riconquistata libertà.
Alcuni tra i personaggi più curiosi sono i Mòro e i Turc, presenti solo nella Baìa del capoluogo: i Mòro cavalcano asini e i Turc procedono a piedi e in catene. Nella tradizione popolare sono i prigionieri dei Saraceni liberati dalle milizie valligiane. Secondo alcuni invece i Turc sarebbero i Saraceni fatti prigionieri.
L'arlequin ha il viso tinto di scuro, gli abiti grotteschi, il cappello ornato di gusci di lumaca o pezze colorate e tiene in mano uno scoiattolo o un topo morto che agita per far ribrezzo, spaventare la gente e mantenere l'ordine.
Dello Stato Maggiore fanno parte, tra gli altri, anche gli Usoart, le guardie di altri personaggi. Portano una spada e un fucile e il loro copricapo, uno dei più particolari, è una sorta di mitria interamente ricoperta di nastri avvolti in piccole coccarde. Esso è inoltre ornato da uno specchietto, da perline e da lunghi bindel che scendono in gran quantità lungo la schiena. Il cappello e il costume dell'Usoart ricorrono in personaggi presenti in feste primaverili dell'area alpina.
Una curiosità: da tempo immemorabile le donne non partecipano alla Baìa e tutti i personaggi, anche quelli femminili, sono interpretati da uomini. Alle donne è affidato l'impegnativo compito di confezionare i costumi e di arricchirli con gli antichi e variopinti nastri di seta.